mercoledì 6 marzo 2019

GX79 VOLTES V FULL ACTION SOUL OF CHOGOKIN


Siamo giunti alla settantanovesima uscita della longeva e prestigiosa linea Soul of Chogokin, e, come spesso è avvenuto in passato, Bandai spiazza la sua clientela, questa volta sancendo l'esordio del sotto-brand Full Action, il cui logo fa bella mostra di sé già nell'artwork della confezione. Il primo robot del nuovo corso è nientemeno che il popolare Voltes V, conosciuto da noi come Vultus. Nei mesi antecedenti all'uscita del prodotto, se ne sono davvero sentite di tutti i colori da parte di vecchi e nuovi collezionisti di chogokin, per lo più impegnati in aspre critiche verso questa mossa Bandai, presunta colpevole di aver ridotto il brand ad una copia solo leggermente evoluta della (probabilmente) morente serie Super Robot Chogokin, caratterizzata da modelli generalmente piccoli (mediamente 15 cm), costruiti quasi completamente in plastica, anche se molto dinamici e posabili.

Cerchiamo di gettare un po’ di luce sulla spinosa questione robotica.

Appena estratto il mitico robot dal suo alloggio di polistirolo, tiriamo un piccolo sospiro di sollievo, perchè Voltes non è affatto un nano di 14-15 cm, e si assesta invece sui 18 cm, perfettamente in linea con la tradizione Soul of Chogokin quando si tratta di modelli non componibili. Si, perchè questa è semmai la macchia da annotare negli annali, il GX-79 non è scomponibile nei suoi 5 elementi, al contrario del vecchio, ma sempre sontuoso, GX-31, che aveva anche una stazza diversa.

Buonissima fin da subito la sensazione di solidità e il peso: il metallo è presente in quantità più che accettabili, e la sua localizzazione interessa snodi e gran parte della struttura interna, per poi essere riscontrabile anche nella parte esterna delle gambe e del petto, e lo si nota solo al tatto, in quanto la verniciatura dei diversi materiali è ottima e uniforme, a parte per la presenza di sporadici segni di stacco da sprue.

Così come stanno le cose, questo Full Action ricorda molto da vicino non certo un SRC, quanto piuttosto un Metal Build, condividendo con questo l'idea di un solidissimo frame interno in metallo a cui è applicata poi la corazza del mech, anche se in questo caso non parliamo di un moderno Gundam, bensì di un classicissimo robot degli anni '80, quindi le linee sono di gran lunga più semplici, i dettagli molto più contenuti e i colori più variegati.

Quello per cui i Full Action vogliono farsi notare, però, è il design e l'estrema posabilità.

Tante le parole spese per descrivere il nuovo taglio dato a Vultus (e naturalmente a tutti gli FA già annunciati, ovvero Daitarn 3, Zambot 3, Combattler e Daimos), tra cui ''sbagliato'', ''sproporzionato'', ma in realtà un vero appassionato di mecha design dovrebbe cogliere immediatamente alcuni dettagli familiari: linee filanti ed estremamente dinamiche, gambe lunghe e non più squadrate, addome ristretto e così via... non c'è dubbio, la mano di Masami Obari è inconfondibile e infatti è caratterizzante il nuovo look Full Action. Quindi piace o non piace, non c'è molto da aggiungere.

Per replicare tutte le funamboliche pose dell'anime e degli artwork di riferimento, questi nuovi chogokin sono stati imbottiti di un numero strabiliante di snodi - tutti ad attrito, ma molto performanti - a tutti i livelli: doppi ai gomiti e ginocchia, tripli alle spalle, presenti anche in torace e addome, caviglie ulteriormente estraibili e così via. Per garantire la massima libertà di movimento, spalle e caviglie godono di parti svincolabili e l'intero bacino è costellato di pannelli apribili, definiamolo un ''gonnellino integrato''. Le possibilità sono eccezionali e le potenzialità in fase di posing sono pressoché infinite, anzi, sono presenti così tante parti mobili che se il gokin non viene posato con cura si rischia davvero di assistere a qualcosa di poco naturale, con arti troppo estesi, pannelli aperti dappertutto o buchi creati da una piega eccessiva del busto o delle spalle. In realtà, dispensando i movimenti e le pieghe con attenzione, il divertimento è assicurato e l'occhio senz'altro appagato, grazie anche alla spettacolarità delle armi, tra cui a mio avviso spiccano i roller plat. Annoto una certa difficoltà non tanto nel cambio delle mani, quanto nella rimozione del pannello anteriore ad esse, qualora si volesse interagire con un paio di armi (a dire il vero sarebbe presente un piccolo accessorio con cui fare leva su queste parti, ma la sua consistenza mi sembra tutto fuorché adeguata). Con la bella basetta inserita, il modello si può esporre sia in modo statico, che dinamico sfruttando il braccio orientabile, che però mi sembra non riesca a reggere con fermezza il peso del robot.

Tirando le somme: non trasformabile, dimensioni contenute, look action, grande posabilità e solidità. Il Voltes FA è per molti, ma senz'altro non per tutti. Probabilmente inserito un po’ a forza nella linea Soul of Chogokin, si tratta tuttavia di un prodotto di indubbio valore, da non sacrificare in una miserabile posa-soldatino.

Recensione di Marco De Bon
Galleria fotografica di Paolo Fasciani


  

venerdì 1 marzo 2019

SHIN GETTER ONE RIOBOT BY SENTINEL


Sentinel torna a deliziarci con un'altra produzione di tutto rispetto. Per la serie Riobot viene scelto un altro mecha famosissimo, lo Shin Getter One! Fin dalle prime foto di presentazione del prototipo, si è potuta notare un’estetica molto accattivante ed anche qualche similitudine costruttiva con il bellissimo Mazinkaiser. Nel Gennaio 2018 viene finalmente lanciato sul mercato il nuovo Shin Getter Riobot, pronto a bissare il successo ottenuto dal suo predecessore.

La confezione del modello è purtroppo immutata. Costituita da un cartoncino sottile con un lato a vetrina che consente di guardare lo Shin ed i suoi accessori. Sul retro troviamo invece un’immagine in primo piano a colori del robot. All’interno due grandi vassoi in plastica contengono il modello e tutti gli accessori della dotazione. La basetta espositiva è ancora una volta priva di un suo alloggiamento, è semplicemente imbustata e libera di vagare all’interno della confezione. Se dovessi dare un voto alla presentazione del prodotto, sarebbe sicuramente un bello zero!

Fortunatamente il modello fa digerire immediatamente l’imbarazzante confezione con cui è arrivato nelle nostre mani. Le dimensioni sono decisamente ottime, raggiunge i 22 centimetri all’estremità delle spalle, risultando decisamente più imponente del precedente Mazinkaiser. Il peso non è elevato (480 grammi con le ali), questo perché la maggior parte del corpo è costruito in plastica, accompagnato da alcune sezioni in metallo. Precisamente ne troviamo in tre punti diversi, nella fascia addominale, nei femori e nei piedi. Dal punto di vista pratico lo Shin Riobot è in grado di replicare pose molto dinamiche, il punto forte della produzione Sentinel sono proprio le articolazioni. Le grandi spalle sono dotate di un ball joint che consente movimenti in ogni direzione. Arretrandole si può notare un pannello sulla schiena che rientra per consentire alla sfera di muoversi liberamente. Gli avambracci ruotano a 360 gradi e si piegano completamente andando a toccare il disco posto appena sotto le spalle. Anche i polsi hanno un minimo d’inclinazione, questo consente alle mani di adattarsi meglio ai posizionamenti con le armi. Tutto il braccio può essere alzato anche lateralmente grazie ad uno snodo posto all’interno della spalla. Anche qui un pannello a scomparsa accompagna il movimento fino al suo fine corsa. Le grandi lame poste sugli avambracci possono muoversi leggermente, questa scelta la reputo molto intelligente. Con questo micro movimento Sentinel ha evitato un’elevata rigidità della parte in questione evitando così spiacevoli rotture.

Sul busto ritroviamo le medesime soluzioni adottate per il Mazinkaiser, abbiamo quindi di fatto due sezioni distinte che compiono movimenti separati. La parte superiore rossa, il petto, ruota e s’inclina liberamente, è realmente dotata di un ampio raggio di movimento. L’addome invece compie esclusivamente inclinazioni avanti/indietro e destra/sinistra. Questa scelta porta con se qualche inestetismo andando a riprodurre pose particolarmente dinamiche. Bisogna anche notare che, una volta montate le ali, il peso aumenta notevolmente e lo snodo interno del pettorale potrebbe accusare qualche cedimento. Per quanto riguarda i movimenti delle gambe, ritroviamo anche qui le analoghe soluzioni apprezzate sul Kaiser. La rotazione sull’asse è possibile da metà coscia in giù. Questo perché la parte iniziale rimane fissa e vincolata all’articolazione delle anche. Se sul Mazinkaiser questa soluzione non provocava brutture estetiche, sullo Shin Getter avviene invece l’esatto contrario. Andando a ruotare la gamba si ottiene la troncatura della linea verde posta proprio al centro della parte bianca. Non è certamente un difetto intendiamoci, ma ammetto che un pochino mi fa storcere il naso vedere la linea spezzata. Spero che in futuro Sentinel applichi una soluzione diversa, peraltro molto semplice, in modo da poter ruotare interamente le gambe. Ottimo come al solito lo snodo del ginocchio, piegandolo, tutta la parte bassa ruota facendo rientrare contemporaneamente all’interno della struttura il pannello posteriore. I piedi contribuisco alla stabilità generale del modello. Le caviglie si piegano molto permettono anche al piede di ruotare su se stesso. Per la replica di pose particolarmente estreme, la punta dei piedi è stata dotata di un apposito snodo che ne consente il piegamento, offrendo in questo modo sempre un appoggio ben saldo a terra.

Entriamo nella diatriba che immancabilmente si presenta quando si analizzano la bontà delle soluzioni adottate dalla casa costruttrice. Tutte le articolazioni presenti sullo Shin Getter Riobot offrono un’ottima resistenza, almeno inizialmente. La totalità dei movimenti è ad attrito e personalmente non la amo moltissimo. A mio modo di vedere questo tipo di articolazioni possono andar bene in alcuni punti, ma non su tutto il corpo del modello. Le anche ad esempio sono un punto cruciale dove grava tutto il peso della parte superiore. Nel caso dello Shin Riobot, ovviamente per l’esperienza fatta con la mia copia, ho riscontrato un piccolo cedimento della resistenza proprio in questo punto! La sensazione è che queste articolazioni possano diventare sempre più lente, andando a compromettere seriamente tutta la stabilità del modello.

Esteticamente questo Shin Getter è impeccabile, il suo design è stato impreziosito con l’inserimento di piccoli particolari, ma essenzialmente è stato mantenuto inalterato. Questo fa si che la rappresentazione Sentinel possa essere esposta anche accanto ai Getter classici prodotti da altre case. Il prodotto è molto curato, è privo di qualsiasi tipo di segno o sbavatura, altro segno distintivo della casa giapponese. Le plastiche usate sono di ottima qualità ed anche la loro verniciatura risulta essere più che perfetta. Anche le parti metalliche godono del medesimo trattamento, ma la loro brillantezza crea uno stacco visivo immediato rispetto al resto. Il linea generale lo Shin, pur rimanendo indiscutibilmente molto bello, non colpisce esteticamente come il Mazinkaiser, questo stacco cromatico fra i materiali, alcuni lucidi ed altri opachi, lo penalizza come impatto visivo generale.

Diamo ora uno sguardo al parco accessori che troviamo nella confezione. La dotazione a corredo dello Shin comprende le ali, quattro coppie di mani, un’asta in metallo, la parte terminale in plastica, la grande tomahawk, la falce, la punta di lancia, una piastra addominale per simulare il Getter Beam ed il classico stand quadrato munito di asta di sostegno con die agganci di dimensioni diverse. Le ali sono da applicare al cupolino, il tutto viene fissato dietro alla schiena del robot tramite innesto a pressione. I movimenti delle ali sono gestiti da due perni che si alzano e si abbassano. Ulteriormente però possono essere ruotate per assumere posizioni differenti in base alla posa dello Shin. La realizzazione delle ali è spettacolare, la parte interna trasparente è blu scuro ed impreziosita con diverse pannellature incise in entrambe le facce. Come già accennato, il peso si fa sentire mettendo un pochino in difficoltà di equilibrio il modello. Le due armi primarie, la tomahawk e la falce, sono state ridisegnate per l’occasione. Possono essere inserite singolarmente o contemporaneamente alle due estremità dell’asta metallica. Da notare che in altezza si raggiungono i 40 cm! La particolarità della tomahawk è quella di potersi separare in due armi singole. Le lame si staccano e diventano due nuove armi a disposizione del nostro Shin Getter. Oltre a questo, possiamo ottenere una sorta di lancia inserendo nell’asta la punta sopracitata nell’elenco accessori. Questo pezzo può anche essere usato per simulare l’uscita della tomahawk dal corpo dello Shin. Rimuovendo una delle calottine poste vicino al collo, possiamo infilare l’accessorio per simulare l’uscita dell’arma. La basetta espositiva offre due soluzioni differenti. Il sostegno viene fissato sulla schiena del modello, un apposito sportellino ne rivela la sede di bloccaggio. Possiamo decidere, usando il pezzo più corto, di esporre a terra il modello, mentre usando quello più lungo, lo si potrà esporre in pose volanti. La scelta di esporre lo Shin sospeso da terra va valutata molto attentamente. Essendo fissato nella parte alta della schiena, tutto il “peso” del corpo viene scaricato verso il basso. Bilanciare bene il tutto con l’asta pieghevole dello stand, risulta fondamentale per non ritrovarsi il modello spiaccicato a terra. Anche qui si ripresenta il problema della tenuta tramite soluzione ad attrito, Sarebbe stato più consono dotare lo stand di un’asta con movimenti a scatto, in modo da poter bloccare saldamente la posizione scelta.

Le realizzazioni Sentinel generano sempre molto hype nell’utenza, le loro produzioni pongono un nuovo punto di arrivo per cura realizzativa e posabilità. Il massiccio impiego di articolazioni ad attrito a lungo andare potrebbe però intaccare nel corso del tempo la bellezza dei modelli proposti dalla casa nipponica. La rappresentazione dello Shin Getter One si attesta comunque su ottimi livelli qualitativi, facendolo diventare la miglior trasposizione modellistica disponibile sul mercato. C’è ancora da lavorare a mio modo di vedere, ma è fuori discussione che, i ragazzi di Sentinel, hanno tutte le doti per saper migliorare e rendere ancor più esaltanti le loro produzioni.